distrazioneParte Seconda di tre: La distrazione come strategia di prevenzione che non previene

Attilio Pagano

La distrazione, oltre a essere una spiegazione apparente, è anche fonte di strategie di prevenzione povere e inefficaci.

Esortare a stare attenti nello svolgimento di una prestazione che è normale svolgere in modo automatico è vano, inutile. Nessuno può mantenersi attento alla prestazione quando questa è già stata svolta così tante volte da risultare una prestazione iper-appresa e, per questo motivo, eseguibile anche senza la fatica del controllo.

Certamente, la consapevolezza della pericolosità intrinseca e/o della elevata probabilità di errore motivano a mantenere elevata l’attenzione al compito. Ma, anche in questi casi, è osservabile come, spontaneamente, le persone sanno separare, nel quadro globale di una attività complessa, le fasi che comportano sotto-attività (mentali e motorie) distintive di una prestazione particolarmente delicata (il compito principale) da quelle fasi e sotto-attività che invece sono presenti anche in altre attività non così delicate (i compiti accessori). A esempio, in una attività delicata come l’esecuzione di una analisi endoscopica o di un trattamento antitumorale chemioterapico, si può ragionevolmente ritenere che gli operatori sappiano riconoscere le fasi in cui un errore di distrazione può essere facilmente associato a un danno grave o, persino, irrimediabile. In queste fasi, lo sforzo di attenzione potrà essere mantenuto anche se quelle stesse attività sono state eseguite in precedenza numerose volte. Ma nessun attività può essere composta soltanto da sotto-attività distintive e particolari. A fianco di un compito principale, inevitabilmente, ci sono anche sotto-attività che possono essere presenti in attività non altrettanto critiche.

Proprio nello svolgimento di queste sotto-attività può manifestarsi il fisiologico calo dell’attenzione e, di conseguenza, lo spazio per la distrazione e i suoi errori o incidenti. Prendere un oggetto o lasciarlo, piegarsi e sedersi o alzarsi, ruotare sul posto o camminare sono sotto-attività che, anche se fanno parte di una prestazione lavorativa giudicabile nel suo specialismo come critica, non possono essere oggetto di continui attenzione e controllo volontario.

L’attenzione non è soltanto una risorsa limitata. Essa tende anche a rallentare, impacciare prestazioni mentali e motorie che è più vantaggioso che scorrano con la fluidità dell’esercizio basato sull’iper-apprendimento. Questo vantaggio, però, può celare delle insidie.

Al variare delle condizioni tipiche e ripetitive che avevano accompagnato l’esercizio delle prestazioni ora iper-apprese, può rendersi necessario recuperarne un controllo attentivo.

L’attenzione diventa quindi una risorsa per le strategie di prevenzione se gli operatori imparano a usare categorie osservative del contesto. Mentre, per l’esecuzione di attività accessorie come il camminare, non è produttivo chiedere di stare attenti a quel che si fa, per quelle stesse attività accessorie, può essere opportuno chiedere di stare attenti alle variazioni del contesto (l’ambiente, le strutture tecniche e i materiali, le interazioni sociali). Mentre la prevenzione basata su una esortazione a stare attenti a quel che si fa mostra i suoi limiti, quella basata sulla consapevolezza dei fattori del contesto operativo suscettibili di variazioni può consentire strategie più efficaci, perché in grado di agire su aspetti modificabili.

Nel prossimo intervento cercherò di fornire esempi di tali aspetti.

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